Master SIMPRA
Specializzazione in metodi e pratiche di rafforzamento dei percorsi di presa in carico e accompagnamento sociale
Specializzazione in metodi e pratiche di rafforzamento dei percorsi di presa in carico e accompagnamento sociale
Il Master in Specializzazione in metodi e pratiche di rafforzamento dei percorsi di presa in carico e accompagnamento sociale mira a dotare professionisti di vari ambiti disciplinari di nuove prospettive nel lavoro sociale pubblico e nei contesti del Terzo Settore, nelle aree del contrasto alla povertà e delle politiche sociali per infanzia, adolescenza e famiglie.
Organizzato da LabRIEF, Dipartimento FISPPA, in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il corso fornisce gli strumenti necessari per lavorare nelle équipe multidisciplinari degli Ambiti Territoriali Sociali, in attuazione dei LEPS.
Il percorso integra diverse prospettive professionali, fa acquisire una comprensione approfondita delle politiche di welfare contemporanee e delle metodologie di lavoro multidisciplinare, applica approcci centrati su persona, famiglia e comunità e promuove la partecipazione attiva dei beneficiari. Sviluppa la capacità di gestire la complessità dei servizi sociali utilizzando strumenti di valutazione e monitoraggio partecipativo.
Un prezioso messaggio su tre livelli: saperi, pratica e postura. È emerso oggi dal Seminario “Dialoghi sull’infanzia: teorie e pratiche dello strumento di dialogo osservativo con le famiglie «Il Mondo del/la bambina/o. Mappe per esplorare lo 0-3»”, promosso all’interno della progettualità Genitori a 1000! Reti territoriali per le famiglie della Regione Veneto e realizzato in collaborazione con Università di Padova, Verona e Venezia.
Anzitutto una prima sottolineatura: saperi dell'esperienza saper della teoria, consentono di costruire basi condivise per comprendere lo sviluppo e leggere i bisogni. Le Mappe sono strettamente collegate al Mondo del Bambino e consentono di creare raccordi, organizzare saperi diversi e leggere i bisogni di sviluppo nella prima infanzia. Si sono rivelate uno strumento fondamentale per i professionisti che lavorano con questa fascia di età, promovendo un linguaggio condiviso nel lavoro con le famiglie e tra professionisti di diverse aree disciplinari.
A questo si aggancia la pratica che orienta lo sguardo e l’agire dei servizi con le famiglie: le Mappe hanno aiutato a riconoscere i bisogni evolutivi del bambino e a leggere in modo più sistematico le situazioni familiari. E insieme diventano un dispositivo operativo che orienta le decisioni e la co-costruzione delle risposte ai bisogni nella pratica quotidiana.
Infine, si mette il gioco una diversa postura: è trasformato il modo stesso di stare nella relazione. Perché l’uso delle Mappe non incide solo su cosa si osserva, ma su come ci si pone nella relazione: suggerisce un modo di stare esplorativo, dialogico e non giudicante.
Nel dialogo e nella riflessività, dimensioni tipiche dei processi di valutazione partecipata del LEPS P.I.P.P.I., la conoscenza si trasforma in un sapere situato. Le Mappe diventano così un mediatore dialogico, che permette di costruire significati condivisi tra professionisti e genitori, a partire dall’esperienza concreta.
Nelle voci e nell’ascolto tra Sara Serbati, Daniela Moreno Boudon, Armando Bello del FISPPA dell’Università degli Studi di Padova, Veruska Rondelli di Alice Cooperative Sociale ONLUS, Vania Orsato e Silvia Soldà di Azienda U.L.S.S. 8 Berica e le operatrici intervenute, le Mappe hanno mostrato la forza di uno strumento che connette saperi, azione e postura, contribuendo a trasformare il modo in cui i servizi leggono, incontrano e accompagnano le famiglie nei primi anni di vita.
Raccontare un’esperienza, partendo dalle politiche di contrasto alla povertà a livello nazionale. “Povertà e vulnerabilità sociale: dimensioni, impatti e approcci metodologici”: prende avvio oggi al MASTER SIMPRA un percorso in tre tappe dedicato alle metodologie del lavoro sociale nei contesti di povertà e marginalità sociale, condotto da Sonia Mazzon e Anna Piasentini che hanno lavorato insieme ai Servizi sociali del Comune di Padova.
“Le esperienze anche importanti di innovazione all'interno dei servizi sono costruite da un gruppo di lavoro” osserva Sonia Mazzon. “Ci siamo trovate come servizio sociale a dover re-immaginare un approccio alle povertà. Le misure ministeriali ci hanno dato degli strumenti importanti con le risorse economiche per assumere non solo assistenti sociali, ma anche psicologi del lavoro, educatori, operatori del mercato del lavoro. Lavorando come équipe multiprofessionali si sono aperte modalità nuove anche nell’approccio alla persona in situazione di povertà”.
Le pratiche proposte promuovono un approccio multidimensionale alla povertà, non solo economica ma spesso anche relazionale, usando le misure economiche per ritessere la rete delle relazioni e della fiducia. “Abbiamo realizzato i progetti utili alla collettività, i PUC, e in particolare modo forme di volontariato, chiedendo alle persone percettori di un reddito (prima REI, ora ADI) di fare una sorta di restituzione alla collettività, andando a prestare alcune ore di volontariato all’Università, ai Musei civici, presso associazioni sportive o circoli parrocchiali. A livello di ambito territoriale “VEN16”, con 29 Comuni, di cui il Comune di Padova è capofila, siamo andati a mettere in movimento un centinaio di progetti, riconosciuti dalla Banca Mondiale, che è consulente del Ministero, come un caso di studio importante. I PUC sono stati per noi una modalità di attivazione delle persone, andando a valorizzare le competenze che portavano. Come assistenti sociali spesso lavoriamo sul bisogno, sul problema, su quello che alla persona manca. Questa logica del PUC invece ha affermato: riconosciamo delle competenze, degli interessi, delle capacità e puoi restituire qualcosa alla comunità”.
Una scoperta che incoraggia: “Penso a una persona ritirata socialmente che deve andare ogni mattina ad aprire l’impianto sportivo o il parco, o andare al cinema a staccare biglietti. In lei è scattato qualcosa di importante. Una ragazza poi ha deciso: mi iscrivo al corso di OSS perché nell’esperienza di volontariato ho capito che ho anche delle capacità dal punto di vista relazionale”. Arriva al Master un’esperienza di servizio sociale che ha saputo lavorare nei contesti di povertà in una logica multiprofessionale ma anche di attivazione di proposte per le persone che vivono un problema economico, ma anche relazionale. “Tutto questo è stato possibile perché abbiamo sognato insieme ad altri. Partendo dal presupposto che ogni professionista porta un suo specifico. Se la povertà è multidimensionale, anche il nostro approccio deve essere multiprofessionale, ma anche di rete. Le misure economiche ci hanno fatto aprire delle porte tra il servizio sociale comunale, il Centro per l'impiego, l’ASL, altri settori comunali, enti accreditati per la formazione. Vorremmo rappresentare un po' tutti i soggetti con cui stiamo lavorando”.
La visita alle Cucine economiche popolari sarà in un secondo incontro in cui saranno affrontate soprattutto l’estrema povertà, e la situazione di persone senza dimora: le Cucine sono una realtà significativa del territorio, punto di riferimento per le persone in situazione di povertà. “Vedremo che tipo di servizi offre, chi sono le persone che arrivano alle cucine in una logica di lavoro di rete, perché oggi non sono solo collegate al servizio sociale comunale ma anche a tutti gli attori del territorio. Con l’idea che non può essere la persona che bussa tante porte e queste porte poi non sono collegate tra loro. La necessità è proprio di fare di équipe tra i vari soggetti della città, in modo che ognuno di noi approfondisca una parte del tema della povertà estrema senza andare insomma in sovrapposizione”.
Pensare e fare co-progettazione
Un laboratorio per pensare e fare co-progettazione, dentro e fuori la norma, consapevoli che è parte di un processo culturale più ampio. Al MASTER SIMPRA, all’Università di Padova, gli operatori e i docenti Salvatore Me e Marco Logiudice si sono misurati in modo dinamico e creativo nel laboratorio su “Metodi e percorsi di coprogettazione tra sociale, sanitario e terzo settore”. “Nel primo appuntamento abbiamo lavorato su un glossario condiviso, su termini che rischiano di essere un po' ambigui. Abbiamo usato tre parole: territorio, comunità e rete che spesso vengono sovrapposte in questi processi – ricordano Logiudice e Me. Oggi invece, a partire dai requisiti essenziali per far diventare le norme effettive modalità di pensiero, abbiamo lavorato più sul tema dell’integrazione socio-sanitaria, sempre con uno sguardo dentro ai territori e con uno studio di caso spinto sul futuro, affrontando degli scenari un po’ utopici e distopici, in modo che ci potesse essere anche un’uscita dal quotidiano”.
L’istituzione degli ambiti territoriali sociali è una grande opportunità per portare nelle decisioni strategiche il punto di vista che riguarda la garanzia dei diritti dei cittadini e delle famiglie. I professionisti hanno lavorato in gruppi diversi sui tre scenari. “Uno simulava l'integrazione socio-sanitaria perfetta, ma con tensioni intra-professionali, perché è un sistema che costringe a stare costantemente in dialogo; quindi, la domanda era su come si possano gestire quelle tensioni. Un altro scenario era quello in cui, per scelta politica, il direttore del sociale diventa il direttore del sanitario, e il direttore sanitario va al sociale. L’altro scenario invece simulava un’iper-privatizzazione, con fondi molto erosi e con grandi cooperative che gestiscono i servizi con grandi distanze tra territori da coprire”.
Il passaggio verso gli ambiti territoriali sociali è colto come un terreno fertile, un cambiamento che richiede di essere curato. Tante le proposte, lo scambio di esperienze, le comprensioni, le analisi. Il Master si offre come spazio aperto di riflessività e confronto fra operatori con professionalità diverse e di territori e Regioni con differenti modalità organizzative. “La co progettazione è proprio questo: non solo apprendere delle procedure, ma costruire, dentro i territori, dei contesti fertili a questo tipo di cambio culturale. La questione di fondo è la costruzione della relazione tra professionisti e tra professioni. Intendo la relazione umana tra professionisti, la promozione di contesti fiduciari in cui ci si conosce e ci si riconosce. E insieme vanno costruiti spazi di confronto laterali per alimentare una visione a partire dalle cose che si osservano, senza rimanere schiacciati dalla quotidianità dell’operatività, per generare nuove visioni. Infine, occorre tentare di non lasciare per strada, soprattutto qui in Veneto, la questione dell’integrazione tra socio-sanitario, che è sentita in modo forte” sottolineano Me e Logiudice.
In questa stagione del welfare nazionale, con l’istituzione degli ambiti territoriali sociali e la messa a terra dei LEPS, la prospettiva dell’integrazione mostra una dimensione di grande generatività.
“Studiando i documenti internazionali si coglie come nella pratica molte dimensioni si vanno a perdere, soprattutto in territori come l'Italia che hanno grande forza ma differenze territoriali importanti – osserva Ludovica Aricò dell’Università di Padova. I diritti che vengono definiti come universali, quindi accessibili a tutti, in realtà non possono essere veramente validi per tutti, se nella realizzazione delle politiche mancano forza operativa, finanziamenti o anche solo una strutturazione migliore”.
Cogliere nella sua ampiezza qual è il diritto affermato, stimola un’idea critica, a cominciare dalla stessa definizione di bambino: “Quando è stata creata la Convenzione dei diritti dei bambini durante gli anni '80, era molto difficile mettere d’accordo tutti i Paesi delle Nazioni Unite. È stato un accordo stupefacente che tuttavia non coglie le realtà locali e le differenze biologiche: ci sono bisogni educativi, sociali, sanitari molto diversi tra fasce di età. Non c'è solo un’idea di bambino, ma una multidimensionalità che dovrebbe essere esplorata. L’auspicio è che ci sia un cambiamento sia nell’interpretare i diritti sia nella loro realizzazione e soprattutto che ci sia molto più coinvolgimento del bambino nelle pratiche e nelle politiche”.
A seguire, Alberto Di Chiara dell’Università di Ferrara ha proposto un approfondimento dei diritti sociali nella Costituzione italiana, messi in collegamento con la legge 328 del 2000 sulla riorganizzazione dei servizi sociali e l’esperienza della Regione Veneto con la legge del 2024 sugli ambiti territoriali sociali. “La cornice teorica dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali – riconosce Di Chiara – serve a capire a che punto siamo. C'è ancora tanta strada da fare, sia per quanto riguarda la loro determinazione che, come sappiamo, è stata prevista solo in alcuni ambiti, per esempio a livello sanitario. Soprattutto c'è la necessità di uno stanziamento di risorse da parte del legislatore per poter attuare i LEPS. Come sappiamo in questa partita si inserisce in maniera ancora più preponderante il tema del regionalismo differenziato, perché come ci ha ricordato la Corte il presupposto per poter attuare una differenziazione tra le Regioni è che vengano attuati a prescindere i livelli essenziali delle prestazioni”.
Una tensione tra diritto affermato e diritto realizzabile che ritorna nel primo laboratorio “Metodi e percorsi di coprogettazione tra sociale, sanitario e terzo settore” con i prof. Salvatore Me e Marco Logiudice e che impegna i partecipanti nella mattinata del sabato.
Operatori sociali come difensori dei diritti umani e reciproca assunzione di responsabilità tra livelli di governace, dove la dimensione organizzativa dei servizi è parte fondamentale dell’esigibilità dei diritti. Una tensione viva, attuale che è tornata nelle ricche giornate di lezioni e workshop dal 12 al 13 febbraio del Master SIMPRA, a Palazzo De Claricini, a Padova. Insieme, si prova a unire i puntini, a collegare strategie globali per la garanzia dei diritti umani e dell'infanzia, piani nazionali e implementazione concreta delle azioni di contrasto alla povertà.
A partire da una forte affermazione dell’importanza del lavoro sociale nel sistema dei diritti. “Il lavoro sociale si prende cura dei diritti umani, perché si prende cura della persona umana nella sua integralità – osserva Marco Mascia, docente del Master e presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Umani e della Cattedra Unesco “Diritti umani, democrazia e pace” dell’Università di Padova –. Il lavoro sociale agisce nel rispetto di uno dei principi fondamentali del sapere dei diritti umani, che è quello dell'universalità, cioè tutti hanno gli stessi bisogni fondamentali di cura, e l'altro principio è quello dell'interdipendenza e indivisibilità dei diritti umani. In questo senso, stato di diritto e stato sociale sono due facce della stessa medaglia. Quindi, gli operatori sociali, alla luce del paradigma dei diritti umani, pongono al centro della loro azione l'eguale dignità di tutti gli esseri umani. Per cui un operatore sociale non distingue la persona dal suo colore, sesso o religione. In una fase così complicata come quella di oggi coloro che lavorano nel sociale e coloro che lavorano a difesa della dignità umana devono essere rafforzati, devono avere tutta la nostra solidarietà” .
Anche per questo è fondamentale raccordare i livelli di governance nel lavoro sociale orientato all’esigibilità dei diritti fondamentali. “Nel disegno delle politiche andrebbero tenuti molto più in considerazione anche quelli che vengono considerati i livelli periferici, cioè le prime linee – sottolinea Eleonora Costantini ricercatrice della Fondazione Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia nei lavori del pomeriggio – perché molto spesso la conoscenza che c'è lì, lo spessore dell'esperienza, fa fatica a risalire. Con il rischio di politiche che disegnano dei fenomeni che poi nella realtà sono molto più complessi. D’altra parte, è vero che le prime linee hanno il potere, nel senso positivo poi, di dare gambe, di dare vita a quello che è un disegno scritto, e allora lì c'è bisogno di una reciproca assunzione di legittimazione, tra un livello alto e un livello più basso. In questo senso, la dimensione organizzativa conta. Agli operatori è importante trasmettere questa consapevolezza della responsabilità e insieme che non sono soli, in questa dimensione organizzativa del servizio”.
“L'agire individuale va collocato in una collettività e può anche uscire dai confini del singolo servizio, perché ci sono più enti e diverse istituzioni che concorrono a definire una politica” ribadisce Sara Colombini docente del Master e membro del Gruppo scientifico del LEPP P.I.P.P.I. Ecco quindi l’impegno “ad agire con una dimensione critica nel cambiamento, nell'applicazione della norma, a crearsi uno spazio responsabile, di riflessività, di riflessione su quello che si fa”. Come questo Master si impegna a fare.
Lo sguardo ampio sui contenuti e l’attuazione degli 𝐎𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐀𝐠𝐞𝐧𝐝𝐚 𝟐𝟎𝟑𝟎 a livello internazionale, europeo e italiano, in particolare il Goal 1 “Sconfiggere la povertà” e il Goal 10 “Ridurre le disuguaglianze”. E, insieme, la 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐟𝐢𝐝𝐞 amministrative incontrate dagli operatori sul campo nella fase di attuazione a livello locale delle politiche per la lotta alla povertà quali Reddito di Cittadinanza (RdC) e Assegni di inclusione (ADI).
Con il Modulo “𝐒𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐞 𝐠𝐥𝐨𝐛𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐯𝐞𝐫𝐭𝐚̀: 𝐝𝐚𝐥𝐥'𝐀𝐠𝐞𝐧𝐝𝐚 𝟐𝟎𝟑𝟎 𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐞”, il 𝐌𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫 di I livello 𝐒𝐈𝐌𝐏𝐑𝐀 in Specializzazione in metodi e pratiche di rafforzamento dei percorsi di presa in carico e accompagnamento sociale in corso in questi giorni all’Università degli Studi di Padova attinge in modo diretto all’esperienza di accompagnamento del Leps PIPPI e, insieme, ai percorsi rivolti alle famiglie beneficiarie del Reddito di Cittadinanza, realizzati dal 𝐆𝐫𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐋𝐚𝐛𝐑𝐈𝐄𝐅.
“Sono arrivata con l’aspettativa di imparare dai professionisti del sociale” afferma 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐕𝐢𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧, docente di politica del welfare sociale e di una parte del corso di innovazione politica alla Magistrale di servizio sociale del Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali (SPGI), commentando il peer-learning e il case-problem sviluppato dopo le lezioni frontali.
“Una grande sfida, un impegno davvero trasformativo che riunisce saperi e competenze maturati dentro al nostro Ateneo e li mette a servizio di un’intera comunità” dichiara Marta Ghisi Prorettrice ai Master, corsi di perfezionamento, formazione permanente e micro-credenziali dell’Università di Padova commentando il riconoscimento del Master in Specializzazione in metodi e pratiche di rafforzamento dei percorsi di presa in carico e accompagnamento sociale approvato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e organizzato da LabRIEF, Dipartimento FISPPA.
Un significativo punto di arrivo di un percorso di sperimentazione e ricerca lungo 14 anni nel Programma P.I.P.P.I. oggi divenuto LEPS, ma anche un punto di partenza per qualificare il lavoro delle équipe multidisciplinari negli Ambiti Territoriali Sociali.
Il Master mira infatti a dotare i professionisti di vari ambiti disciplinari di nuove prospettive nel lavoro sociale pubblico, nelle aree del contrasto alla povertà e delle politiche sociali per infanzia, adolescenza e famiglie. Integrando diverse prospettive professionali, il percorso si propone di far acquisire una comprensione approfondita delle politiche di welfare contemporanee e delle metodologie di lavoro multidisciplinare. Applica approcci centrati su persona, famiglia e comunità, promuove la partecipazione attiva dei beneficiari e sviluppa la capacità di gestire la complessità dei servizi sociali, utilizzando anche strumenti di valutazione e monitoraggio partecipativo.
Originale il ponte tra teoria e pratica che lo caratterizza per valorizzare l’esperienza professionale dei partecipanti e promuovere apprendimenti attivi e riflessivi.
Sono infatti tre le dimensioni di didattica inedita in cui si articola: anzitutto le lezioni e gli insegnamenti, dove le metodologie adottate mirano a sfidare le conoscenze tacite o preconcette dei partecipanti, promuovendo l’assunzione consapevole di nuove prospettive e ragioni per agire; i laboratori che rafforzano il ponte tra teoria e pratica e rappresentano un elemento centrale e innovativo del Master, progettati per collegare gli apprendimenti teorici acquisiti durante le lezioni e le pratiche professionali, in corso negli ATS di provenienza dei partecipanti, attraverso analisi critiche di casi studio, dibattiti e analisi progressive; infine il Project Work, catalizzatore di innovazione per gli ATS che rappresenta il culmine del percorso formativo, configurandosi come uno strumento strategico per garantire una ricaduta concreta della frequenza al Master sui territori degli ATS. Inoltre, mira allo sviluppo su misura per ogni ATS di progetti sostenibili, integrando innovazione, competenze acquisite e sfide territoriali.
L’invito a partecipare è dunque rivolto ai dipendenti con contratto a tempo determinato o indeterminato degli Ambiti Territoriali Sociali o dei Comuni, operanti nel settore dei servizi sociali con compiti/funzioni specifiche all’interno delle équipe multidisciplinari.
È prevista la gratuità, a significare il grande investimenti nella capacitazione degli ambiti territoriali sociali da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Queste figure professionali hanno infatti un particolare riferimento alle attività connesse alle fasi di valutazione multidimensionale, relativa presa in carico e accompagnamento nell’ambito dei progetti personalizzati e/o di accompagnamento sociale. In particolare, il percorso formativo si propone di specializzare le équipe multidisciplinari per l’attuazione dei LEPS nell’area delle politiche di contrasto alle povertà e delle politiche sociali in favore dell’infanzia e dell’adolescenza e della famiglia.
Il Master si articola in 12 insegnamenti, organizzati in tre moduli multidisciplinari che si integrano con attività seminariali per valorizzare le esperienze sul campo e con laboratori pratici. I moduli dialogano con gli otto laboratori che li dinamizzano e potenziano.